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Hozier conquista il Pistoia Blues con uno show ipnotico

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hozier

 

di Irene Tempestini

 

Hozier non delude. Hozier conquista. Se ‘talento’ è una delle parole più bistrattate del dizionario della lingua universale, nel caso di questo giovane cantautore irlandese (appena 25 anni), parlarne è d’obbligo.

L’esibizione che ha regalato ieri sera al Pistoia Blues Festival, per la sua prima volta in Italia, davanti ad un folto pubblico giustamente entusiasta, ha messo insieme bravura, tecnica ed emotività. Nessun fronzolo, nessun effetto speciale, solo lui con la sua chitarra, la sua mini orchestra (bravissimi tutti), e un semplicissimo telo nero con il nome dell’artista sullo sfondo.

Un paio di ore nelle quali ha proposto tutto il suo repertorio, ancora non molto ampio ma di qualità indiscussa, e l’immancabile “Take Me To Church”, ormai un inno della musica mondiale, brano osannato dalla critica, dal pubblico e trasmesso incessantemente dalle radio. Un momento di condivisione da brividi, come da brividi è stato vedere le sedie predisposte dall’organizzazione fare quasi subito la fine che meritavano, ovvero prese, messe da parte permettendo al pubblico di godersi il live in piedi e sotto al palco.

Ascoltare Hozier dal vivo eseguire oltre alla nota “Take Me To Church” “Angel of Small Death and the Codeine Scene”,  “Cherry Wine”,“Work Song” è un’esperienza da fare e consigliare, anche a chi non è propriamente un appassionato del genere, perchè c’è solo che da farsi venire la pelle d’oca, dalla prima all’ultima nota, grazie alla sua voce pulita, intensa, calda, morbida come il velluto, ad un’atmosfera intima mai noiosa (per intendersi, nessun rischio di addormentarsi per il ‘molto tranquillity’ dei Mumford & Sons).

Uno spettacolo raccolto ma coinvolgente, un minimalismo che fa bene allo spirito, grazie anche alla bellezza dei testi, curati e protagonisti indiscussi, come del resto ha più volte dichiarato lo stesso Hozier in varie interviste rilasciate alla stampa: «Per me, i testi sono uno degli aspetti più importanti, se non il più importante, di una canzone. Raccontano una storia, e chi è l’autore, o almeno dovrebbe. I testi sono ancora la cosa a cui dedico più tempo nelle mie canzoni, per i quali lavoro più duro – e per i quali faccio più attenzione. Sono anche la cosa per cui mi sento più responsabile».

Per chi scrive Hozier è la rivelazione live dell’anno; la sua è stata un’esibizione  sincera ed emozionante, un viaggio ipnotico e un’ introspezione disarmante. Non c’è sempre bisogno di correre da una parte all’altra del palco, non c’è sempre bisogno di fare cose strane o ardite, non c’è sempre bisogno di ostentare, di urlare, a volte basta davvero una cosa sola (che in verità dovrebbe esserci ogni volta, ma meglio sorvolare), quel benedetto talento che quando c’è…  sempre sia lodato.

 

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