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Quintetto Esposto: “Al Pianterreno”, l’album delle intuizioni

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di Alberto Mariotti

Al Pianterreno” è il primo lavoro sulla lunga distanza del Quintetto Esposto (autoprodotto, 2014) cinque ragazzi bresciani che esordirono circa un anno fa con l’ EP  “Naufraghi”, dal quale vengono ripescati ben tre brani (“Per Elizabeth”, “Gitana” e “La ballata del Naufragio”). La musica dei Quintetto Esposto quintetto si rifà al cantautorato italiano cosiddetto colto, da Fabrizio De Andrè a Paolo Conte fino a Vinicio Capossela (velatamente omaggiato nel ritornello della bella “Chiamata alle arti”).

 

Nonostante un’innegabile capacità autoriale e un’ottima preparazione tecnica dei musicisti c’è forse ancora troppa riverenza nei confronti dei personaggi sopra citati, per questo il disco funziona meglio nei momenti in cui la band si emancipa da questi modelli e cita (forse inconsapevolmente) certa new wave italiana di inizio anni ottanta (l’intro di “Notti di liquore” sembrano quasi i primi Diaframma) o diluisce (consapevolmente) il tutto con piacevoli trame di stampo jazzistico (“Capri”, “Per Elizabeth”, “Chiamata Alle Arti”)

 

quintetto espostoIl timbro vocale vagamente roco di Matteo Caragioli è sicuramente più interessante rispetto a quello di tanti altri interpreti affini (Erriquez su tutti) e sorprendentemente evocativo nei brevi intermezzi parlati. L’altro punto di forza del quintetto è la sezione ritmica composta da Federico Brembati (basso) e Nicola Romano (batteria), mai invasiva o banale e sempre al servizio della narrazione. Nei momenti più “tribaleggianti” sembra di riascoltare il formidabile combo Maroccolo/De Palma ai tempi di 17 Re (Litfiba) o addirittura i primi Bad Seeds (“Ballata del Naufragio”)

Quello che convince meno, oltre alla presunta epigonicità di cui sopra, è l’abuso di certi stereotipi narrativi in alcuni pezzi come l’iniziale “Gitana” (feste paesane al chiaro di luna, contrade, balli fino a notte fonda  ecc. ecc.) o “La vecchia Betsie”, la solita apologia di marinai ubriaconi in squallide locande con l’oste che continua a guardarti storto. Sotto questo profilo funziona sicuramente meglio “Corrida di anime”, invettiva contro la retorica dei talk show (“lo scontro di titani tra pensatori e telegiornali”) basata esclusivamente sulla finzione e l’assenza di qualsiasi tipo di contenuto.

 

La title-track, ode a una bellezza lontana e misteriosa, è condotta dagli accordi sospesi del piano e interpretata da Caragioli nel suo registro più grave (e probabilmente a lui il più congeniale). Sembra di ascoltare un’ improbabile ma riuscita fusione tra la “Smisurata Preghiera” dell’ultimo De Andrè e certe tessiture ipnotiche che ricordano addirittura i Neu! del terzo album. Nonostante l’eccessiva lunghezza (quasi nove minuti) rimane uno degli episodi più interessanti e sicuramente il più coraggioso dell’album.

 

Capri”, chiaro omaggio alle prime produzioni di Paolo Conte, è il brano migliore della raccolta, grazie soprattutto al bel lavoro di Edoardo Baroni alla chitarra elettrica (che cita appunto la canzone partenopea) e al sapiente uso di percussioni piuttosto inusuali (legnetti, tone block).

 

L’accorata ballad “Sipario” funge da epilogo di un disco che, nonostante delle comprensibilissime ingenuità di fondo (i membri della band sono tutti poco più che ventenni), è indubbiamente ben suonato e contiene alcune interessanti intuizioni che, nell’ambito del cantautorato italiano, potrebbero in un prossimo futuro fare la differenza.

 

Tracklist:

  1. Gitana
  2. Corrida di anime
  3. Ballata del naufragio
  4. La vecchia Betsie
  5. Al pianterreno
  6. Capri
  7. Notti di liquore
  8. Per Elizabeth
  9. Chiamata alle arti
  10. Sipario

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