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Fabio Ricci, “Nessun insegnamento, la scrittura è roba per gli dei”

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Intervista al talentuoso scrittore horror, splatter e thriller

fabio Ricci

di  Riccardo Tronci

- Sgombriamo il campo dalle frasi fatte, i pensieri sdolcinati li lasciamo volentieri ai magazine rosa, scorrendo le risposte di questa intervista a Fabio Ricci non troverete frasi del tipo “Scrivere è come un parto, lo sento dentro” che poi oltre ad essere una frase orribile, sembra anche sconcia.

 

Qui, oggi, parliamo di horror, di splatter, di thriller e lo facciamo con Fabio Ricci, una di quelle poche penne che hanno realmente qualcosa da dire e raccontare. Due libri all’attivo pubblicati da 0111, “Scritte” e “Spielen”, e alcune collaborazioni attive con fanzine. Un percorso narrativo che meriterebbe certamente maggiore attenzione, una capacità di prendere il lettore e portarlo nel vivo della trama con pochi precedenti, complice la sapiente abilità di tagliare sempre nel momento giusto il filo in tirare. Per cui è interessante cominciare proprio  dalla domanda banale, per avere, finalmente, una risposta originale. E, in fondo all’articolo, un racconto fresco fresco.

 

fabio ricci

Fabio Ricci in una foto ironica

Perchè si scrive?

E’ come un parto, lo sento dentro (ride). Realmente, credo che si scriva per le più svariate ragioni, per noia, per dimostrare di saper fare qualcosa, perchè scrivendo le cose si dicono meglio che parlando, perchè si è dei sociopatici e perchè in effetti quando si scrive si è finalmente e totalmente padroni di qualcosa. Credo di scrivere per tutti questi motivi messi insieme ma soprattutto per l’ultimo punto.

 

Quando scrivo creo qualcosa, bello o brutto è assolutamente secondario, e su quel qualcosa ho un controllo totale. Non è facile intendiamoci, richiede impegno e metodo, i personaggi sono sempre pronti a sgattaiolare via e a rovinare il lavoro di tessitura che hai compiuto, i personaggi sono dei gran bastardi, ma se si riesce a tenere tutto saldo e a perseguire uno scopo, che poi vale per tutte le cose, quello che viene fuori è stupefacente: un piccolo grande mondo di cui tu sei il dio creatore e che puoi plasmare, modificare, innalzare e rovinare a tuo piacimento. E la sensazione che ne deriva è una delle più esaltanti che abbia mai provato.

 

Un mio amico dei tempi dell’università poi mi diceva che scrivere ti fa passare da figo con le ragazze, e anche questo non guasta mai“.

 

E da dove nasce la voglia di scrivere horror o splatter?

Mi piace riflettere su una situazione di normalità, di banalità ripetuta e quotidiana, che di colpo diventa qualcosa di estremamente pericoloso. Mi piace che il sangue torni a scorrere nelle vene pompato a duemila a causa di terrore, paura, emozione e ansia. Ne ho bisogno, perlomeno ho bisogno di immaginarlo. E infine perchè i mostri dichiarati sono molto più affascinanti di quelli nascosti che vediamo dalla mattina alla sera nella nostra realtà. Lessi una bella frase in calce ad un fumetto di zombie una volta che riassume bene questo concetto: “in un mondo in cui i morti camminano tra di noi, gli uomini sono finalmente costretti a ricominciare a vivere“.

 

 

Generalmente nei primi romanzi è presente una componente autobiografica. E’ presente anche in Scritte?

Non credo sia possibile scrivere qualcosa senza immaginare che capiti a te, senza provare a riportare le tue esperienze vissute in quello che immagini debba succedere, quindi si. In Scritte tutta la parte iniziale del processo creativo è in pratica quella che ho vissuto io, dagli inizi in timide poesiuole, a brani di scrittura sempre più lunghi fino ad approdare ad un racconto compiuto. E non mi discosto nemmeno tanto dalla personalità dei miei personaggi, nessuno è un eroe o forte o particolarmente bello e riuscito nella vita, nessuno lo diventa mai se non venendo a patti con qualcosa, se non lasciando un brandello della sua anima o personalità al buio, questo capita a Dan Solo, questo immagino potrebbe capitare anche a me.

 

Questa componente autobiografica per me sarà sempre presente, dovessi scriverne mille altri, nel momento in cui dovessi tratteggiare un personaggio in cui non mi ritrovo minimamente vorrebbe dire che sto sbagliando qualcosa“.

 

 

Esiste una profonda intenzione comunicativa nel genere horror? Qual è la tua intenzione comunicativa?

Non sento di avere insegnamenti e perle di saggezza da condividere con quel piccolo mondo di lettori che mi hanno onorato di attenzione. E se anche ne avessi non ho intenzione di insegnare niente a nessuno, mi sembrerebbe di passare per supponente e arrogante. Il mio vero scopo è divertirmi, passare del tempo con la testa avvinghiata in una vicenda che devo riuscire a mettere sul foglio, dare cosi spessore e qualità alla mia vita, è in effetti un’intenzione assolutamente egoistica ma è vero che io scrivo per me, soprattutto e fondamentalmente. Se poi quello che viene fuori intrattiene, diverte, provoca ribrezzo in qualcuno che non sia io, questa è la cosa più bella che potrei desiderare per la mia piccola creazione.

 

La mia intenzione comunicativa è far passare chi legge un paio d’ore o un paio di giorni con la testa altrove rispetto a dove si trova il resto della settimana. Un piacere momentaneo.Che poi sono i migliori“.

 

E per tutti i lettori di Zest, per tutti coloro che sono arrivati alla fine di questa intervista, per tutti coloro che hanno apprezzato la totale assenza di frasi fatte, sdolcinate e preconfezionate, un racconto breve proprio a firma di Fabio Ricci. Sta arrivando il freddo e i bambini già cominciano a pensare al Natale…

 

Nataleepa

J. si sveglia di soprassalto strappato con forza ai sogni, sogni di neve e muschio.Un rumore l’ha tolto al mondo onirico, un suono proveniente dalla stanza adiacente alla sua.

 

Hanno un grande albero in sala, non finto come molti dei suoi amici ma vero, odoroso di resina, addobbato con luci e palline d’argento, e lì sotto, in quel cerchio vuoto coperto da un tappeto rosso, J. sa che domattina, il giorno di Natale, ci saranno pacchetti di ogni forma e dimensione con fiocchi multicolori e bigliettini d’auguri che leggerà a malapena.

J. posa i piedi sul pavimento e sente un piccolo brivido di freddo e poi no, a pensarci bene non è il freddo, è un brivido di eccitazione, di paura, ma la paura di un bambino di otto anni non terrorizza, affascina. Quindi apre con circospezione la porta e percorre il breve corridoio inseguendo quella sensazione, perché di questo si tratta, un’intuizione infantile simile alla speranza, l’idea che si, alla fine, un Babbo Natale che porta i regali possa esistere davvero.

J. emerge nella sala in penombra, le luci dell’albero sono accese e lampeggiano dolcemente sulle pareti, la stella dorata sulla cima sembra brillare di luce propria, è un’atmosfera soffusa, morbida, liquida. E lui è lì. Al centro della stanza, seduto sul tappeto rosso con le gambe incrociate, un corpo enorme, rotondo, il volto che resta nel buio ma dal quale emerge una generosa barba bianca, cespugliosa e irta.

“Ti aspettavo.” Dice con voce profonda, calda, simile a quella che vorresti che avesse il nonno dei tuoi sogni quando ti racconta una favola. J. si irrigidisce e un piccolo brivido lo pervade, forse sta ancora sognando, si dice, o forse quello è il padre travestito, ma scaccia questo pensiero appena viene formulato e una sola certezza lo domina, quello è Babbo Natale.

“Mi chiedevo quando saresti arrivato, qui si gela di freddo, sono lontani i bei tempi in cui ogni casa aveva un caminetto acceso per me!” E così dicendo si alza lentamente in piedi. La sua stazza è, se possibile, ancora più imponente, in relazione a lui l’albero addobbato sembra poco più di un fuscello, con la testa canuta sfiora il soffitto. Il suo volto emerge alla debole luce della stanza e un paio di piccoli occhi ilari lo fissano da un volto pieno di rughe armoniose.

J. deglutisce e sorride un po’ imbarazzato. “Tu… sei…” Balbetta.

“Ti sembro la Befana?” Lo interrompe il gigante vestito di rosso, ma stavolta il suo tono non è allegro, accomodante, stavolta ha un’inflessione rancorosa che rimane impigliata tra i denti. Si abbassa verso J. come a voler fare una confidenza e gli sussurra nell’orecchio con un alito caldo e vagamente… alcolico? “Detto tra noi non ho mai sopportato quella vecchia troia!”

J. fa un passo indietro sorretto da un atavico senso di autoconservazione: c’è qualcosa di sbagliato.

“Ma torniamo a noi. Come vedi sono venuto a fare il mio lavoro quindi arriviamo al punto.” Lo guarda strizzando gli occhi e quello sguardo lo penetra come la lama di una falce mettendo a nudo ogni segreto, J. rabbrividisce di nuovo e di nuovo indietreggia.

“Sei stato un bravo bambino, piccolo J.? Ti meriti i miei bellissimi e agognati doni?”

Il piccolo apre la bocca e poi la richiude. Si sente improvvisamente ad un bivio, come se da quella risposta dipendessero tante cose, tutte importantissime per lui. Ma è un bambino di otto anni e ha imparato a farlo prima di riuscire a camminare, quindi mente.

“Si, sono stato bravo.”

Babbo Natale si rialza con un gesto secco, le fronde dell’albero alle sue spalle fremono timidamente, incrocia le grosse braccia e sbuffa. “Non ci siamo piccolo mio. Purtroppo per te non ho regali da consegnarti stavolta.”

J. sente un moto d’orgoglio emergere dalla sua gola che si concretizza in una semplice richiesta. “Perché? Cosa ho fatto?”

“Pensi che il tuo compagno di banco ti ritenga un bravo bambino? Tutte le volte che gli hai rubato la merenda, che lo hai picchiato perché non dicesse nulla alla maestra, o quella volta che gli hai tirato giù le mutande per far vedere il suo pisello alle vostre amiche.”Di nuovo si abbassa verso di lui con gesto complice e ridacchia. “Certo, ammetto che aveva un cazzetto davvero ridicolo, ma questo non ti scagiona.”

J. rimane immobile, terrorizzato e colpevole, con le lucine che dolcemente gli carezzano le braccia nude. Babbo Natale invece continua, imperterrito, implacabile.

“Lo sei forse stato con la tua vicina di casa? Quando le hai bruciato la bambola perché volevi vederla piangere o quando hai fatto pipi sul pomello della sua porta di casa così che si bagnasse le mani quando rientrava. O ancora… lo sei stato con Spotty?”

E qui J. cade a sedere a terra, tremante e sull’orlo delle lacrime. Vorrebbe gridare il nome dei suoi genitori, cercare aiuto, ma equivarrebbe a confessare tutto, equivarrebbe ad una condanna senza assoluzione. “Il piccolo cane della signora che fa le pulizie in casa vostra, credi che ti riterrebbe un bravo bambino? Credi che si sia divertito a mangiare la polpetta in cui avevi messo i chiudi arrugginiti? Sai, ha sputato sangue per tre ore prima che le budella si contorcessero al punto tale da farlo morire.”

“Non… è vero, non è vero, non sono stato io…” Ma i suoi lamenti somigliano al verso di un mulo, stupidi, irritanti, falsi.

Babbo Natale si abbassa sulle ginocchia e avvicina il volto al suo, pochi centimetri li dividono, una terribile verità li unisce. “Quindi ti chiedo nuovamente, piccolo mio, sei stato un bravo bambino?” Il bivio è andato, ora resta solo una lunga strada dritta piena di ombre.

“No…” sussurra J. “Non lo sono stato.”

Babbo Natale annuisce e si alza in piedi, fa un passo nella sua direzione e lo supera dirigendosi verso il corridoio. J. lo fissa con terrore e scorge qualcosa nella sua mano, un oggetto che prima non aveva visto, confuso dalle luci, i sogni e i riflessi.Un grosso coltello dal manico nero, sulla lama risplendono le stelle natalizie.

Vorrebbe di nuovo gridare, chiamare aiuto ma forse non è lui ad essere in pericolo, forse quel nero regalo non lo riguarda, forse…

“Hai presente i piccoli aiutanti di Babbo Natale?”  Gli parla senza voltarsi, in procinto di andare verso le camere da letto. “Chi credi che siano? Folletti?”

J. sente le prime lacrime rigargli le guance, la disperazione avvolgerlo come una coperta calda, la paura diventare parte del suo cuore. Babbo Natale volge lo sguardo su di lui e il lampo nei suoi occhi è simile ad una notte senza stelle, ne luci. La lama nelle sue mani ride.

“Sono orfani.”  [Fabio Ricci]

 

 

 

 

 

 

 

 

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