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Jean Giono e l’uomo, animale senza distrazioni

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Dentro le pagine di uno dei più grandi scrittori francesi

di Riccardo Tronci

Tutti lo conoscono ormai per aver scritto L’uomo che piantava gli alberi, una piccola e mite favola improntata al buon senso, alla voglia di creare sensibilità comune e responsabilità diffusa nei confronti dell’ambiente. Pochi hanno davvero sporto il proprio sguardo oltre, nella vasta ed eccezionale produzione letteraria di Jean Giono, uno dei più grandi scrittori francesi, impareggiabile per capacità di descrizione del panorama, della natura con i suoi eventi. La sua Odissea trascina il lettore dentro oceani verdi, prati che si muovono all’unisono, creando piccole allucinazioni che sconfinano dalla parola scritta al pensiero, allo stato di trance che solo il lettore vero, appassionato, conosce. La stessa capacità descrittiva, quasi analitica, la medesima passione per il singolo ramo la troviamo inUn re senza distrazioni capolavoro poco celebrato di Giono.

giono

Jean Giono (1955)

Dentro le pagine di “Un re senza distrazioni” il maestro Giono si abbandona ad una sottilissima riflessione sul genere umano, sulla sua abitudine a vivere, spesso conformandosi alla vita ed alla società come se tutto fosse stabile, immutabile, una gerarchia di regole e pensieri destinata a perdurare nel tempo e nello spazio. Siamo in un paese provenzale, di quella regione che lo scrittore ha abitato dalla nascita alla morte (nella sua Manosque), che lo ha visto prima postino, poi impiegato in banca e finalmente scrittore. Siamo in quella stessa regione bucolica che rendeva possibili le riflessioni di Giono sui contadini, la povertà e la pace, durante un freddo inverno un quieto paese viene sconvolto da una serie di omicidi. L’assassino sembra evanescente, i cadaveri delle persone scomparse sono introvabili, evanescenti anch’essi.

La calma e piatta vita incontra la morte, conosce l’effimero, capisce come un uomo, che si reputa così importante di per se stesso, possa scomparire nel niente, senza lasciare tracce. Avvolto dalle nuvole, o dalla neve.

In questo paese viene inviato il capitano Langlois, assieme ad alcuni gendarmi, per vigilare sull’accaduto, scoprire il colpevole e mettere fine alla teoria di omicidi. Ci sono alcuni eventi, spesso il capitano ed il paese credono di aver scoperto (e una volta colpito) l’assassino, ma è solo grazie ad un cittadino che, fortuitamente, si scoprirà l’identità dell’uomo. Prima Langlois troverà il nascondiglio dei cadaveri (un maestoso albero cavo), poi si troverà al cospetto del pluri-omicida. Il capitano parlerà al rispettato uomo borghese con grande calma, lo accompagnerà nel bosco, e come se fosse già stabilito, lo ucciderà con due colpi di arma da fuoco. Come se fosse un naturale epilogo, per un uomo arrivato all’apice della propria vita, al culmine in cui i desideri sono già stati soddisfatti e l’unica distrazione è rimasta il sangue. Un re senza distrazioni.

Da quel giorno Langlois cambia, diviene un uomo più piccolo, cauto, cupo, cela in se stesso un costante dubbio. Dopo aver ucciso l’uomo starà nuovamente a lui battere la caccia a un lupo che vaga nelle aree limitrofe al paese divorando il bestiame degli allevatori: anche stavolta due colpi di pistola e la fine di un incubo per i paesani. Durante la caccia al lupo Langlois apparirà più sereno, si deciderà a cercare moglie (che troverà).

La vita, sembra dire Giono, è un continuo cercare una distrazione, un inseguire motivi al cui apice troviamo il sangue, la lotta, la morte. Maggiore di tutte le altre “distrazioni”, unica capace di lasciare ammutoliti, abbandonati, privi di senso specifico personale: il piacere di dare una “giusta” morte lascia segni indelebili, insegna un percorso scorribile in una sola direzione. La scelta di Langlois non può che tradursi in un bivio: o assassino o suicida. Ed ecco che il quotidiano rito del sigaro nel giardino si tramuta in una passeggiata con un candelotto di dinamite in bocca. L’ultima delle distrazioni.

La vita è una sorta di infernale metodicità, uno spazio chiuso destinato a scoppiare, gli uomini sono gli stessi da secoli e millenni, animali che trovano ancora nelle ragioni del sangue le più forti distrazioni, eppure amano celarle con fanfare, caccie di massa, eventi rocamboleschi che mascherino la vita. La paura crea la comunità, ma allo stesso tempo la distrugge alimentando il sospetto, aumentando il riconoscimento dell’autorità, generando spazi sempre più piccoli. Il piccolo paese di Giono è la società tutta, l’uomo lo stesso ovunque, da sempre, in qualsiasi spazio. La maggiore distrazione, da sempre, il sangue.

Da notare come questo testo sia una sorta di risposta alle domande poste da Giono stesso. A cavallo delle due guerre mondiali, appena visto l’orrore della prima, lo scrittore chiede in Lettera ai contadini sulla povertà e la pace ai contadini il perché della guerra. Il perché dell’evoluzione verso ritmi disumani di produzione, quando tutto ciò che basterebbe sarebbe coltivare un campo: i contadini “basterebbero” a se stessi, questo tipo di autonomia la vera rivoluzione, l’unica pacifica. Un rois sans divertissement arriva, invece nel 1948, alla fine della seconda guerra mondiale, momento in cui Giono riprende la penna mostrando una differente prospettiva, una visione dell’uomo pessimista e “naturalistica”: non c’è scampo per l’uomo. L’uomo è un animale, come gli altri guidato da istinto più che da pensiero razionale e per questo non cercherà mai la pace, ma la caccia, la sopraffazione, il sangue. L’ultima delle distrazioni.

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