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Comunicare il Gioiello – Mostra: monstrum monstrare

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di  Silvia Valenti

 

Mostrare. Svelare i prodigi dell’arte. Evitare pertanto, a tutti i costi, il controsenso dell’incomunicabilità. Certe volte, però, gli oggetti esibiti sono quarti di carne appesi e abbandonati in attesa di spettatori che li interrogheranno invano.

Di conseguenza mi chiedo: i sedicenti appassionati d’arte a quale bisogno rispondono visitando una mostra? E gli artisti, come possono talvolta chiudere gli occhi davanti all’insignificanza di eventi scarsamente esplicativi?

Per il gioiello contemporaneo si sono compiute tante pregevoli cose negli ultimi tempi, non bastano tuttavia a cancellare un’inequivocabile abitudine alla superficialità tipica di chi realizza troppo in troppo poco tempo.

Chi invece si nega sempre, in nome dell’ordine e della cura, al conformismo del fare a oltranza, è quasi costretto a esprimere disagio nei confronti di quest’universo preziosissimo, ma un po’ orbo. Orbo di una coscienza comune, orbo di figure professionali che siano in grado di comunicarlo esaltandolo, orbo di un adeguato apporto critico e, spesso, orbo di umiltà.

Non si può nemmeno dire che in Italia manchi una cultura museale. E allora: si deve forse arguire che, stando alla legge della domanda e dell’offerta, qualcosa si sia inceppato nel meccanismo organizzativo? Sembra in effetti che taluni affrontino i fondamenti della divulgazione come il classico sassolino nella scarpa che non ne vuol sapere di lasciarsi togliere.

Al di là di ogni mera riflessione, vediamo adesso di decifrare meglio queste mie obiezioni con degli esempi concreti. A Padova da molti anni – dieci per l’esattezza – si svolge Pensieri Preziosi un’interessante rassegna sul gioiello contemporaneo che ha visto avvicendarsi, nella magnifica cornice dell’Oratorio di San Rocco, grandi Maestri, scuole rinomate e avanguardie. Bene, nel novembre del 2014 vi si è reso omaggio con un’importante mostra monografica a un esponente di rilievo della Scuola padovana. I circa cento pezzi di Graziano Visintin, esposti in quell’occasione, sono stati un saggio attendibile dei suoi primi quarant’anni di lavoro.

 

oratorio di san rocco, padova

Oratorio di San Rocco, Padova – Ph credit Silvia Valenti

 

 

Se, d’altro canto e parallelamente all’evento stesso, appuntiamo l’attenzione sulla sua fruibilità, c’è qualcosa da rilevare. I pochi non del settore presenti alla cerimonia di apertura hanno goduto dei necessari chiarimenti sui motivi ispiratori del maestro e sul suo stile unico. Chi invece, digiuno di competenza specifica, vi si è recato nei giorni a seguire, si è perso – senza dubbio incantato – tra gli affreschi della sala e le bacheche ricche di opere d’ineguagliabile fattura, giocate su equilibri geometrici con contrasti di materiali e patine. Ha guardato gli oggetti, purtroppo splendidamente silenziosi, di un artefice che ha segnato l’evoluzione della gioielleria contemporanea.

Graziano Visintin è, infatti, tra gli esponenti storici di quella che dal 1983 è stata definita da Fritz Falk, allora direttore dello Schmuckmuseum di Pforzheim, la “Scuola orafa padovana”.

Visintin “conferma non solo il linguaggio geometrico, come sigla della cultura padovana, ma anche la sua estrema leggerezza [...]. L’uso di segmenti modulari come prismi allungati e appiattiti che circoscrivono il vuoto, fa della rarefatta materia aurea, trasformata in spazio luminoso, una massima interpretazione della leggerezza”. (Da Gioielleria Contemporanea. La Scuola di Padova diGraziella Folchini Grassetto, Arnoldsche.)

 

Pensieri Preziosi 10 - Monografie. Graziano Visintin. Oratorio di San Rocco, dal 29 novembre 2014 al 15 febbraio 2015, Padova. Ph. credit: Silvia Valenti

Pensieri Preziosi 10 – Monografie. Graziano Visintin.
Oratorio di San Rocco, dal 29 novembre 2014 al 15 febbraio 2015, Padova.
Ph. credit: Silvia Valenti

 

I gioielli di Visintin parlano una lingua elegante, declinata in forme asciutte e lievi. Se poi si pensa che hanno quarant’anni di vita, si è colti da una certa inquietudine. Oggi ci paiono “contemporanei”, eppure, in quanto testimonianza di un movimento nato negli anni Sessanta, sono assolutamente innovativi e controtendenza allorché paragonati alla gioielleria tradizionale allora in voga.

 

Graziano Visintin, studi per patine

Graziano Visintin, studi per patine

 

Graziano Visintin, spille

Graziano Visintin, spille

 

Graziano Visintin, spilla

Graziano Visintin, spilla

Questa retrospettiva, dunque, ha in sé una misura vastissima che comunque non risalta adeguatamente poiché le pecche di curatela la smussano in parte.

Mi spiego. Ho portato degli amici a incontrare tanta bellezza. Amici che non conoscono l’esistenza della Scuola orafa padovana, che non sanno chi sia Graziano Visintin, ma sanno distinguere la grazia dalla banalità e che, proprio per tale motivo, si accorgono della mancanza di didascalie con date e rimandi interpretativi all’interno delle teche. Mi hanno subissata di quesiti e non mi è per nulla dispiaciuto spiegare i lavori esposti. Parlavo, però, con un rovello fastidioso nella mente: possibile che i curatori trascurino di rivolgersi a un pubblico che non sia solo quello degli addetti ali lavori?

Povero ricordo rimane degli stupendi affreschi di una sala e delle incomparabili opere di un artista quando non viene illustrato che cosa in realtà si stia ammirando.

Fare cultura non vuol dire, forse, occuparsi di rendere palese qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto? Non si può e non si deve partire dal presupposto che la conoscenza si espanda per osmosi. Non basta piazzare un oggetto in una teca rilucente e supporre che esso si autoracconti.

Insomma, viene spontaneo pretendere più cuore e più tempo nell’allestire le testimonianze del presente e del passato. E forse gli stessi artisti potrebbero esigere maggiore rispetto per il messaggio che desiderano tramandare.

Ciò peraltro succede non soltanto in Italia, ma anche all’estero. Ne è prova eclatante il sincero articolo di Damian Skinner, pubblicato su AJF (Art Jewelry Forum) e relativo alla mostra personale di Otto Künzli svoltasi nel 2013 a Monaco.

L’analogia tra Visintin e Künzli, non è casuale e non è da intendersi sotto l’aspetto della valutazione critica. Sono due grandissimi del gioiello contemporaneo, tra i fondatori entrambi di due significativi  movimenti dell’oreficeria internazionale, e autori in vita. Che cosa li accomuna quindi?

Probabilmente una sfortunata scelta di immagine e di comunicazione.

L’articolo di Skinner è godibilissimo per lo stile impeccabile e per la lucida franchezza con cui descrive gli allestimenti lacunosi e gli ambienti fuorvianti della personale di Künzli, definendoli “more like a luxury goods concept store than a museum gallery”. In definitiva Skinner si chiede come questo tipo di veste espositiva che ritrae gli stereotipi del lusso di una certa società possa essere specchio di un’opera che ne denuncia i limiti.

Otto Künzli. The Exhibition. March 9 - April 7, 2013, Die Neue Sammlung, Munich, Germany

Otto Künzli. The Exhibition. March 9 – April 7, 2013, Die Neue Sammlung, Munich, Germany

 

 

God is in the details, afferma il grande architetto e designer Ludwig Mies van der Rohe.

Less is more, rimarca.

Io sono d’accordo.

 

 

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